Lia Pascaniuc

Qualche giorno fa ,abbiamo avuto il piacere di conoscere di persona l’artista Lia Pascaniuc, e di essere presente alla presentazione del suo libro d’artista, che si è tenuto in occasione della settimana del Salone del Libro di Torino ( 8-10 maggio 2019) in un evento collaterale “it’s book & fashion time” presso Spacenomore (link).

Realizzato 100% in carta riciclata, l’oggetto pensato da Lia ha le pagine totalmente bianche, pagine che vengono riempite dal visitatore con commenti, frasi, riflessioni e fotografie scattate nel tempo dall’artista, ottenendo così libri tutti diversi uno degli altri, unici nel loro contenuto.

E unici nel loro contenuto sono anche molti degli altri progetti che l’artista ha portato avanti in questi anni:

Da sempre interessata alla tutela dell’ambiente, “nella prospettiva di un’ideale armonia e convivenza tra pianeta e umanità”, nella sua arte cerca di affrontare le tematiche legate all’acqua, all’ambiente e ai fenomeni naturali, ai quali spesso accosta le problematiche della società contemporanea.

Infatti sono molti i progetti legati all’ecologia e all’ambiente ma anche al sociale, come ad esempio “ Vita liquida” (link al sito) dove ad una prima vista sembrerebbe di vedere semplici pesci nuotare nel vuoto. Ma il messaggio è ovviamente più profondo ed è legato alla nostra società, la quale è sempre più dipendente dai social il che ci porta a volere essere sempre e comunque visibili. Privare il pesce dell’acqua è la metafora perfetta dell’uomo, sempre più occupato a farsi vedere virtualmente tanto da privarsi di qualunque forma fondamentale di relazione esterna tra individui.

 

 

 

“…Con la sottrazione dei liquidi si può facilmente trasporre in una metafora dello spazio di movimento della società attuale, sempre più occupata a rendersi visibile attraverso forme virtuali che sostituiscono qualsiasi forma di relazione reale. Esaminando la fredezza dell’apparire si scaturisce in una analisi delle nevrosi contemporanee. Si assiste ad una concreta difficoltà da parte del singolo individuo di vivere in maniera naturale i rapporti, come se evitando il contatto umano si concretizzasse un accesso negato all’interiorità una sottrazione appunto. Eliminando la possibilità di interagire si perde la capacità di sostenere emozioni. Il raffinato equilibrio per non sentirsi proprio “un pesce fuor d’acqua”.

Un altro progetto molto interessante sempre legato al tema dell’ecologia è “ trasformazioni irreversibili” che indaga il modo in cui si trasforma il paesaggio naturale quando viene condizionato dal passaggio dell’uomo.

 

 

“Il comportamento dell’uomo nell’ambiente ha un impatto irreversibile oltre l’ emergenza clima, questi fattori hanno come risultato il passaggio del sistema da uno stato iniziale a uno stato finale. Solo alcuni coralli di grande estensione, possono sopravvivere a temperature molto alte e a gran parte degli effetti che esse comportano. L’agente atmosferico “El Nino” ha portato nel 1998 a un innalzamento della temperatura che ha causato lo sbiancamento dei coralli, senza alcun segno di recupero. Tutto quanto apparentemente si crea, tutto quanto apparentemente si distrugge, tutto quanto, in realtà, continuamente si trasforma. Inconsciamente, si spera sempre in una stabilità che la natura sia in grado di garantire da sola.”

 

Siete anche voi interessati alle tematiche affrontate da Lia? Volete approfondire lo studio dei suoi lavori?

Se la risposta è sì, potete trovare i lavori che vi ho presentato prima e tanto altro sul suo sito www.liapascaniuc.com

 

A prestissimo

G_tdf.collective

Silvia Musumarra

Ho conosciuto Silvia l’anno scorso a Paratissima, lei esponeva insieme alla galleria Inarttendu nella sezione G@P.

In quel contesto, tra tanti quadri appesi al muro, le sue opere mi hanno subito attirato l’attenzione, intanto perché era una delle poche che non aveva nulla appeso al muro, ma cosa più importante è che ciò che  crea è un misto tra arte e design,  servendosi di un oggetto di uso comune, che abbiamo tutti noi a casa…cioè la sedia! Oggetto che viene recuperata e tramutata in una nuova identità.

Architetto di formazione, ma da sempre appassionata del restauro e del recupero, decide di fare della sua passione un opera d’arte.

Nascono in questo modo, da un semplice modello di sedia degli anni Sessanta i MuSì!

Non Buttare ma rinnovare e trasformare!

 

La rilettura, in chiave creativa e ironica di questo modello di sedia, si coniuga in alcuni casi anche al riciclo e al recupero perché tutto si trasforma, ma soprattutto si personalizza.

In questo processo di cambiamento è “la sedia che dice cosa vuol diventare” e a questo punto tiro fuori una nuova personalità che essa stessa già possiede ma che va solo scovata e portata alla luce. Prende così vita una nuova seduta che non ha solo in compito di far accomodare le persone, ma che vuole essere anche un oggetto artistico, con un suo segno distintivo forte in grado di suscitare vari sentimenti nell’osservatore.

Dopo un primo accurato processo di “osservazione”, si passa alla fase dove è la fantasia che la fa da padrona “strizzando l’occhio” a materiali come la resina, il plexiglass, il metallo e la plastica, le nuove sedute diventano pezzi unici che, pur mantenendo la loro funzione originaria, hanno assunto le fattezze di un angelo, una mucca o una slitta per esempio.

Se vi ha incuriosito, e io sono sicura che è così, potete trovare altri lavori di Silvia sul suo sito http://www.musisediecreative.it/

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RED: rosso non è solo amore!

Ciao a tutti!!

8 marzo…festa della donna!

In questa data tanto speciale per tutte noi, vi vogliamo segnalare una mostra che parla proprio di donne ed è fatta da donne.

RED: rosso non è solo amore, è la mostra curata dalla bravissima Monica Fasan dell’associazione Whatsart?, ed è tutta al femminile!

Sette artiste ( Laura Lussiana, Federica Zanella, Elisabetta Ajanì, Tiziana Pellerano, Ella Marciello, Simonetta Pedicillo e Anna Torre)  che interpretano al loro modo il tema della femminilità.

La mostra “RED: rosso non è solo amore” vuole essere anzitutto un inno e un tributo al femminile, a quelle forze interne archetipiche, a quelle “dee” in verità presenti in ogni essere umano, ma che poi s’incarnano pienamente e nella loro complessità nell’essere della “donna”, condizionandone così le sue sensazioni e azioni. E tante le sfumature di rosso quante sono le “dee” restituiteci dai miti greci, più o meno nascoste o attive in ognuno. Confrontarsi con questi potenti modelli interni dà la possibilità di conoscere personalità femminili diverse e di leggere (o leggerci) in profondità e, magari, comprendere (o comprenderci) di più. E questo hanno fatto le nostre artiste raccogliendo, ognuno a suo modo, la sfida di una mostra sul femminile che volesse uscire dagli stereotipi per cui una donna potesse essere ricompensata o punita a seconda della sua adesione o del suo rifiuto a ruoli affettati. [Monica Fasan]

Curiose?? Basta aspettare ancora qualche giorno per andare a visitarla presso lo spazio Math12 ( Via Silvio Pellico, 12, Torino) dal 15 marzo al 31 marzo 2019.

Il vernissage sarà il 15 di marzo a partire dalle 18.30.

Vi aspettiamo numerose e numerosi! 🙂

 

Buona festa della donna a tutte noi!!!

 

G._tdf.collective

 

Mostra “Dietro il visibile” di Alessio Palma

In questi quasi due anni di blog abbiamo sempre recensito tantissime mostre, chi ci conosce sa che adoriamo andare per gallerie, musei e spazi espositivi alla ricerca di nuovi artisti e nuove opere da farvi conoscere.

Questa volta vogliamo andare un pochino controcorrente e vi vogliamo segnalare una mostra che ancora non siamo andate a visitare, ma che sappiamo sarà un grande successo.

Stiamo parlando della mostra “Dietro il visibile” , che inaugurerà il 22 febbraio  in via Clementina 10 (Rione Monti), a Roma.

Sarà una mostra che riunirà le più importanti opere dell’artista Alessio Palma,  scultore specializzato nel trattamento di resine sintetiche e naturali, in un grande revival della sua carriera.

 

Quando ho incontrato Alessio e mi mostrava per la prima volta le sue opere, ciò che mi ha colpito e ho trovato evidente nei suoi lavori, è stata proprio la capacità di esprimere l’essenziale trovando modi nuovi per raccontare quei momenti, che la sua sensibilità gli suggeriva, attraverso un linguaggio in costante ricerca tra materia, artigianalità e design. Curiosità, creatività e semplificazione rappresentano l’essenza alla base della sua arte.

Queste le parole della curatrice Arianna Romano.

L’atelier di Alessio Palma diventa quanto di più semplice e aperto al confronto possa esserci, senza nulla di ideologico.  La sensazione finale è quella di un ponte tra la ricerca e la manualità dell’artista e le diverse sensibilità di chi guarda le varie opere esposte al suo interno.

E quindi…non vi resta che segnare in agenda: dal 22 febbraio al 01 marzo!

 

Tutto quello che c’è da sapere su…Jean-Michel Folon

Da qualche giorno hanno inaugurato al CAMERA  di Torino, la mostra ” 1969. Olivetti formes et recherche, una mostra internazionale”, una selezione di fotografie dell’omonima mostra che la Società Olivetti organizzò nel novembre 1969 a Parigi, che proseguì a Barcellona, Madrid, Edimburgo e Londra, per concludersi infine a Tokyo nell’ottobre 1971.

Mulas-Ugo_il-gruppo-Olivetti_
http://camera.to/mostre/1969-olivetti-formes-et-recherche-mostra-internazionale/

E visto il mio amore incondizionato per questa grande figura che è stato Olivetti, non ho potuto non visitarla!

Entrando in questo grande spazio allestito sempre con grande precisione e riguardo, si notano fotografie di maestri come Ugo Mulas, Tim Street-Porter, Alberto Fioravanti e altri, ma la mia attenzione è stata completamente attirata dai lavori di quello che per me è uno dei più grandi illustratori esistiti e che io ammiro tantissimo…cioè Jean-Michel Folon.

Quando ho deciso di aprire questo  blog, Folon era tra i primi argomenti che volevo affrontare, perché credo che tutti noi abbiamo il diritto di sognare con le sue illustrazioni, di godere dei colori che usa e di immaginarsi all’interno dei mondi che  racconta… per diversi motivi,però, non ero mai riuscita a farlo…

E quindi come regalo di natale a me e a voi, ecco Jean-Michel Folon:

wikiwand.com

Chi era Folon?

Intanto, per chi non è del mestiere e forse non lo sa, Folon è stato uno degli ultimi cartellonisti del Novecento e ha collaborato per molti anni proprio con Olivetti, firmando per l’azienda di Ivrea tantissimi manifesti e importanti libri illustrati tra cui La metamorfosi di Franz Kafka e Le Cronache marziane di Ray Bradbury.

Quasi trent’anni di collaborazione tra un artista che disegna come un poeta  e un’azienda che opera con la razionalità richiesta dal mercato e dalla tecnologia.

Folon nasce a Uccle in Belgio nel 1934. Studia architettura a Bruxelles, ma nel 1955 abbandona gli studi universitari per dedicarsi al disegno. Si trasferisce a Parigi dove è influenzato dalla pittura d’avanguardia di Picasso e dei surrealisti. Nei primi anni ’60 i suoi disegni sono accolti da alcune riviste americane, ma il suo stile fortemente anticonformista e fantastico stenta ad affermarsi. [ www.storiaolivetti.it]

Nel 1969 si tenne a New York presso la galleria Lefebre  una mostra dei suoi acquerelli che lo fece conoscere e consacrare come illustratore.

https://fondationfolon.be/artiste-parent/artiste/
https://fondationfolon.be/artiste-parent/artiste/

Durante gli anni ottanta intraprese nuove esperienze con l’allestimento di scenografie, la scultura su legno e la creazione di cartoni animati. Negli anni novanta comincia a modellare la pietra e il bronzo.

Convinto difensore dei diritti umani, collaborò con Amnesty International, illustrando tante campagne di sensibilizzazione.

Nel 2005, Marilena Pasquali firma una delle più grandi mostre su Jean-Michel Folon, a Firenze, dal titolo “Folon Firenze”, dove l’artista espose i suoi acquerelli e sculture.

https://fondationfolon.be/artiste-parent/artiste/

E proprio a Firenze al Giardino delle Rose sono collocate alcune sue opere, donate alla città dalla moglie di Folon dopo la sua morte, avvenuta nel 2005 dopo una leucemia.

…e questo è un pochino di quello che è stato Folon…

Se volete approfondire l’argomento, intanto potete visitare la mostra su Olivetti al CAMERA, fino al 24 febbraio 2019, oppure  il sito della Fondazione Folon 

Sono sicura che vi innamorerete anche voi come me dei suoi lavori!!

https://fondationfolon.be/artiste-parent/artiste/

Lasciateci un feedback qui sotto se volete

Come piccolo regalino di Natale, ecco un bellissimo documentario su Jean-Michel…BUONA VISIONE!!

 

G. (TheDoubleFace_collective)

 

 

Je est un autre – Istruzioni per l’uso

Come ben sapete, manca davvero pochissimo all’inaugurazione della mostra “Je est un autre”, al Parc Phoenix di Nizza, che è stata curata interamente da noi di TheDoubleFace.

Intanto di cosa parla la mostra? 

Quando abbiamo iniziato a scrivere il progetto, abbiamo preso in considerazione due aspetti importanti: il luogo dove si svolgerà la mostra e gli artisti che ne prenderanno parte.

Il parco ci ha ispirato perché è un luogo naturale al centro di una grande città che è Nizza, e che ospita davvero tantissime tipologie diverse di fauna e di flora.

Il lavoro con gli artisti è stato un poco più profondo, ognuno di loro ha un modo di lavorare diverso, ognuno ha un pensiero diverso e un messaggio diverso da trasmettere. Tutti però lavorano molto su se stessi, sui cambiamenti, le metamorfosi che hanno subito durante la loro vita  e sui propri stati d’animo.

E così è  presto fatto:

Metamorfosi + natura + Io interiore = “Je est un autre”

Che non è un errore grammaticale, ma è semplicemente ispirato agli scritti di Rimbaud.

 

“Io è un altro. Tanto peggio per il pezzo di legno che si ritroverà violino, e sprezzo agli incoscienti, che cavillano su ciò che ignorano completamente!”

Rimbaud

 

Je est un autre, vuole tirare fuori il nostro IO nascosto, selvaggio, con il quale lottiamo quotidianamente. L’essere che siamo noi, ma che è completamente altro da noi.

Ed è proprio lui il protagonista della nostra mostra, il nostro mostro interiore!

Ogni artista ha cercato in questo anno di lavoro, di guardare nel profondo di se stesso e di far emergere l’altro che è in sé, creando un dialogo tra opere totalmente diverse tra di loro, ma che parlano e ci comunicano quello che per tanto tempo era stato represso.

 

Dove si svolgerà la mostra?

La mostra avrà luogo all’interno delle due sale più grandi del parco, le sale Florèal e Prairial, che rimangono proprio all’ingresso del parco.

 

Fino a quando è visitabile la mostra?

Il Vernissage della mostra si svolgerà a partire dalle ore 11 di sabato 07 luglio 2018, e sarà possibile visitarla tutti i giorni dalle ore 9.30 alle ore 19.30 (orari del parco) fino al 12 settembre 2018

 

Oltre ad invitarvi numerosi a visitare la mostra e il parco, ci teniamo davvero tanto a ringraziare Marianne Vicini, che si occupa degli eventi del parco e che è sempre stata presente per noi, Geneviève Caramello, assistente servizio di esposizione del parco, Roger Bertetto, nostro braccio destro per l’allestimento delle sale.

Grazie di cuore al Comune di Nizza e il suo sindaco per l’opportunità che ci è stata data.

 

Detto questo, vi aspettiamo al Parc Phoenix!!!

 

G. (tdf_collective)

 

Simonetta Pedicillo

Come appassionate d’arte, ci  interroghiamo molte volte sulla diversità dell’arte nei diversi posti del mondo, il quanto essa cambi da paese a paese, i colori, le tecniche, i diversi medium che si utilizzano per mandare uno stesso messaggio.

Occupandoci però dello scenario italiano, è sempre molto interessante per noi capire che questa diversità esiste anche all’interno del nostro territorio, e conta tantissimi protagonisti capaci di raccontare mille storie diverse pur esistendo in uno stesso luogo e tempo.

Quando abbiamo conosciuto Simonetta, quello che a noi ha colpito, è stata la sua immensa voglia di darci un appuntamento nel suo territorio, la Valle d’Aosta. All’inizio pensavamo potesse essere solo per una questione di distanze, in fondo a metà strada andava bene a tutti insomma!

In realtà il suo invito era quello di farci conoscere la sua Valle, e tutto quello che è racchiuso nei suoi confini.

Infatti, oltre al Forte di Bard, di luoghi dell’arte in Valle ne conosciamo ben pochi, e Simonetta ci ha fatto un po’ una cultura su questo, elencandoci luoghi e artisti per noi sconosciuti fino a quel momento.

E’ stato illuminante, come è stato estremamente illuminante conoscere la sua di arte!

Una paura di fondo che accomuna molti artisti è quella del “magari guarderai le mie opere e dirai che fanno schifo!”, ed è esattamente la frase che ci ha detto Simonetta prima di farci vedere quello che produce. Lasciandoci sbalordite davanti a dei lavori che non avevano alcun bisogno di una introduzione.

 

La tecnica è quella “inventata da lei”, un collage di immagini che possono essere fotografie o ritagli di giornale – non un giornale o foto qualunque! la tecnica vale ben poco se la materia prima è scarsa – dai quali Simonetta in qualche modo toglie il colore, lì strappa letteralmente via, ottenendo un effetto totalmente innovativo, poiché sono visibili i vari livelli della lavorazione, ma hai bisogno di più sguardi e tanta attenzione per capirli.

Si denuda la materia, alla ricerca profonda del messaggio, attraverso sguardi, visi e paesaggi nascosti tra colori decisi.

L’amore per il territorio non è esplicito nella sua arte, ma lo si vede dai piccoli dettagli che fanno la differenza, infatti le cornici scelte con cura per le sue opere sono realizzate da artigiani del posto, una specie di arte a Km0.

Simonetta collabora inoltre da un po’ di tempo con una galleria,  la Inarttendu ,  un piccolo spazio nel centro di Aosta, dove è possibile trovare non solo le sue opere, ma tanti altri artisti del territorio valdostano e tanto design.

Per chi fosse interessato ai suoi lavori la può contattare su:

Instagram: @vidart_ao

Facebook: @simonettapedicilloart

 

 

G. (tdf_collective)

 

Tutto ciò che c’è da sapere su… Zaha Hadid

Ricordata come uno degli architetti ( al maschile come lei stessa avrebbe voluto e non come “donna architetto”) di maggiore rilievo nell’architettura contemporanea,  prima donna vincitrice del Premio Pritzker, Zaha Hadid è stata capace di tradurre l’immaginazione in architettura.

Zaha Hadid

Ha inseguito il principio della fluidità ed è riuscita ad applicarlo all’architettura.

Zaha Hadid esprime nelle sue opere la ricerca di un nuovo modo di accostarsi al progetto nonchè la complessità e il dinamismo dell’epoca attuale.

Donna dall’animo artistico  e innovativo, utilizza approcci progettuali diversi da quelli tradizionali, infatti considera disegno e pittura strumenti che le consentono di indagare in maniera completa i differenti e vari aspetti del progetto.

Da questo tipo di approccio emerge un’ opera non riconducibile a nessuna specifica tipologia architettonica.

Questa è l’originalità dell’architettura di Zaha Hadid, che si basa sul concetto di indipendenza tra forma e funzione; tra spazio interno ed esterno.

La fluidità degli spazi nei modi di relazionarsi tra di loro e nel rapporto con l’esterno, rappresenta un altro punto cardine. Ciò fa si che gli spazi acquistino una instabilità che mette in movimento in maniera fluida gli elementi di cui sono composti.

Heydar Aliyev Cultural Center

I materiali utilizzati per i progetti sono scelti dall’architetto per le loro caratteristiche di resistenza, autoportanza ed ecocompatibilità ed in modo particolare per la loro capacità di essere flessibili e piegarsi a qualsiasi richiesta. Molto utilizzati sono dunque cemento, acciaio e vetro.

Questo tipo di architettura lascia molto spazio alla fantasia, nasce per dar libero sfogo ad essa ma ciò non esclude lo studio minuzioso e funzionale  delle planimetrie.

Il linguaggio proprio di Zaha Hadid è stato inquadrato nell’ambito del Decostruttivismo, tendenza architettonica nata negli anni ’80.

La prima opera riconosciuta appartenente a tale tendenza fu proprio un’opera di Hadid: Il progetto per il club The Peak a Hong Kong, anche se a determinare la nascita del fenomeno architettonico è stata una mostra organizzata a New York da Johnson chiamata “Deconstructictivist Architecture” alla quale vengono esposte opere di altri sei architetti oltre Zaha HAdid ( Gehry, Libeskind, Koolhaas, Eisenman, Tschumi e il Gruppo Coop Himmelblau.

Progetto per il club The Peak di Hong Kong

Due dei più recenti segni lasciati da Zaha Hadid sul territorio italiano sono a Milano e rientrano nel progetto City Life, progetto di riqualificazione della ex Fiera di Milano: un complesso residenziale e un grattacielo.

Complesso residenziale progetto CityLife

Il complesso residenziale che rappresenta uno dei più prestigiosi del momento, è costituito da sette costruzioni a varie altezze (dai 5 ai 13 piani) caratterizzate da una linea curva, fluida e sinuosa e posizionati in due lotti divisi da una striscia di parco pubblico.

Oltre la fluidità, altri elementi architettonici distintivi del progetto sono il movimento dei balconi curvi e il profilo delle coperture che creano degli attici dalla forma morbida ed elegante.

Molta attenzione è stata data alla ricerca del comfort e al rispetto dei requisiti ambientali, ponendo cura al rispetto del sito e alla scelta dell’orientamento degli edifici.

La maggior parte degli appartamenti presentano un’orientamento sud-est garantendo così di riscaldare e illuminare maggiormente gli ambienti che hanno bisogno di maggior luce.   Balconi e terrazze sono aperte verso la città o il parco pubblico e insieme ad un sistema di brise soleil evitano il surriscaldamento estivo della facciata.

La forma a corte degli edifici serve a sfruttare il raffrescamento naturale della vegetazione e l’uso delle fontane e degli specchi d’acqua permette di sfruttare l’evaporazione come climatizzazione naturale.

Il piano terra a doppia altezza è caratterizzato da grandi aperture da pavimento a soffitto che permettono agli spazi di essere inondati dalla luce e di dare continuità visiva al parco.

Tutti gli appartamenti presentano soluzioni strutturali tali facilmente adattabili alle esigenze personali degli abitanti.

Sempre per rispondere a tutte le esigenze le abitazioni sono presenti in diverse tipologie e metrature: da bilocali ad appartamenti di grandi dimensioni e attici di pregio con terrazzo.

Anche il complesso impiantistico degli edifici prevede soluzioni sostenibili volte a garantire un elevato risparmio energetico:  pannelli radianti ad acqua, riciclata nel controsoffitto climatizzano gli appartamenti, inoltre il sistema è associato ad un impianto di teleriscaldamento e ai pannelli fotovoltaici presenti in copertura.

L’acqua utilizzata nei sistemi di riscaldamento e condizionamento delle residenze viene riciclata per l’irrigazione delle aree verdi condominiali, del parco e per gli scarichi dei servizi igienici.

Per quanto riguarda i materiali di facciata la scelta è ricaduta su pannelli di alluminio verniciato, vetro e pannelli  in legno naturale  che enfatizzano il movimento volumetrico e al contempo riescono a conferire un aspetto intimo e privato ai cortili interni delle residenze.

Tecnologicamente la facciata presenta una tripla pelle ventilata: alla struttura in cemento armato è agganciato un telaio di alluminio composto da tre strati.

Il grattacielo progettato per Generali, cantiere ancora in corso, si distingue dalle altre due torri del progetto CityLife(di Libeskind ed Isozaki) per le sue caratteristiche di dinamismo, torsione e movimento che valorizzano la percezione e le viste rispetto all’asse urbano.

Grattacielo progettato per Generali a Milano

La torre di Zaha presenta 44 piani e 175m di altezza: ogni piano è ruotato rispetto al precedente secondo precisi algoritmi; la torsione è attenuata sempre di più al crescere dell’altezza, fino al completo raggiungimento della verticalità.

Strutturalmente il carico verticale è sostenuto da un sistema radiale di colonne, mentre un nucleo centrale assorbe le forze laterali.

La torre presenta una facciata cellulare a doppia pelle che collabora alla regolazione termica interna.

La figura e l’opera di Zaha coinvolgono ed influenzano le nuove generazioni di architetti per la forza e l’energia che le sue opere sembrano emanare, per l’indiscutibile grado di innovazione, per il coraggio con cui sembra “piegare” la tecnologia al suo gusto estetico ottenendo opere uniche, semplici e complesse nello stesso tempo.

Un ulteriore motivo di ammirazione è dato dalla capacità di imporsi e primeggiare in un panorama internazionale dove le Archistar risultano essere uomini occidentali.

 

M. (TheDoubleFace_collective)

Tutto ciò che c’è da sapere su…Le Corbusier

Chi segue il nostro lavoro sta scoprendo piano piano il nostro obiettivo, cioè quello di far dialogare gli artisti (o architetti) emergenti, con artisti (o architetti) già affermati nel panorama culturale torinese.

Abbiamo pensato, però, che è opportuno far conoscere anche chi ha ispirato noi e tutte le persone con cui lavoriamo.

Nasce così la nostra nuova rubrica Tutto ciò che c’è da sapere su… dove si cercherà di raccontare un pochino della vita di artisti e architetti che hanno fatto la storia.

E il primo personaggio non poteva essere altro che il grande maestro del Movimento Moderno Charles-Edouard Jeanneret-Gris in arte LE CORBUSIER!

www.nemolight.com

Nato il 06 Ottobre 1887 in Svizzera, da Georges-Edouard Jeanneret-Gris, pittore di quadranti di orologi e Marie-Charlotte-Amélie Perret, maestra di musica e pianoforte, da ragazzo seguendo le orme del padre, studia l’arte della smaltatura e dell’incisione degli orologi alla scuola di Arts Décoratifs a La Chaux-de-Fonds.

Qui ha come maestro Charles L’Eplattenie, che gli insegna storia dell’arte e lo incita a studiare anche l’architettura, aiutandolo ad ottenere i suoi primi incarichi in alcuni progetti locali. 

Per Le Corbu l’idea di architettura era che collegata all’urbanistica, avesse il compito di contribuire alla felicità dell’uomo moderno.

«Meravigliosa cosa l’architettura…prodotto di popoli felici e fattore di felicità dei popoli. Le città felici hanno una architettura…L’architettura è ovunque, negli apparecchi telefonici e nel Partenone.»

Consapevole che la natura, la Rivoluzione industriale e il progresso tecnologico avrebbero cambiato l’idea di estetica dell’uomo, iniziò a creare un linguaggio progettuale che valorizzasse la centralità dell’individuo nella complessità del mondo contemporaneo.

Nel 1906, grazie al denaro ottenuto dal suo primo progetto, Villa Fallet, intraprende un viaggio in Europa dove apprende l’importanza del contrasto tra i grandi spazi collettivi ed i singoli spazi a compartimenti stagni, un’osservazione che costituisce la base per la sua visione degli edifici residenziali.

Villa Fallet – www.pinterest.com

Nel 1917 si stabilisce definitivamente a Parigi, dove inizia a lavorare con Auguste Perret, pioniere del cemento armato, da qui la passione e l’enorme interesse per questo materiale. In questi anni inizia anche a scrivere per la rivista Espirit Nouveau, ed è proprio in quest’occasione che decide di adottare lo pseudonimo di Le Corbusier.

Piccola curiosità: Lo pseudonimo Le Corbusier era ispirato al nome del nonno materno Lecorbésier, e venne ulteriormente storpiato per ricordare anche il suo maestro L’Eplattenie. La maggior parte dei suoi amici lo chiamava Le Corbu: il suono ricorda la parola francese corbeau, cioè corvo, e per questo Le Corbusier firmava le sue lettere abbozzando la testa di un corvo.

Nel 1923 Le Corbusier pubblicò Verso una architettura, testo  con il quale getta le basi per la sua idea rivoluzionaria di architettura, divenute poi i pilastri dell’architettura moderna. Il testo tratta in particolare cinque grandi principi, possibili attraverso l’introduzione del cemento armato:

– i pilotis, cioè i pilastri che sorreggono un edificio e lo isolano dal terreno
– il toit terrasse, cioè il tetto a terrazza, con giardino e piscina
– il plan libre, cioè la pianta dell’edificio libera
– la façade libre, cioè la facciata libera, senza schemi prestabiliti
– la fenêtre en longueur (o finestra a nastro), che taglia la facciata della casa in lunghezza, rendendo l’interno luminosissimo.

I cinque grandi principi sono presenti nella più famosa opera di Le Corbusier, e cioè, Ville Savoye.

« La casa è una scatola nell’aria, completamente solcata, senza interruzioni, da una finestra in lunghezza. Nessuna esitazione nel gioco architettonico di spazi e masse. La scatola è al centro di un prato, domina il frutteto. Dall’interno dell’ingresso una rampa leggermente inclinata conduce, quasi impercettibilmente, al primo piano, dove si svolge la vita del proprietario: soggiorno, stanze da letto ecc. Queste diverse stanze, che ricevono luce e si affacciano, panoramicamente, dal perimetro regolare della scatola, sono disposte radialmente intorno a un giardino pensile, che è come un distributore della luce proveniente dal sole. Sul giardino pensile si aprono in tutta libertà le pareti scorrevoli di vetro del salone e di diverse altre stanze; così il sole entra ovunque, fin nel cuore stesso della casa. A partire dal giardino pensile la rampa diventa esterna e conduce al tetto e al solarium. Quest’ultimo è collegato con la cantina, scavata nel terreno sotto ai pilotis, anche da una scala a chiocciola: un elemento puro e verticale liberamente inserito nella composizione orizzontale. Gli abitanti che si insediano qui, perché la campagna è bella, con la sua vita agreste, nella sua intatta armonia, dall’alto del loro giardino pensile o dai quattro lati della finestra in lunghezza. La loro vita domestica sarà inserita in un sogno virgiliano »

Ville Savoye

Nel 1930 riformula le sue teorie e dà vita a La Ville Radieuse:

Edificata tra il 1947 e il 1951, concepita come laboratorio per un nuovo sistema abitativo,  Ville Radieuse ospita  337 appartamenti di 23 tipi diversi, i quali offrono altrettanti alloggi confortevoli e moderni per l’epoca. Una sorta di quartiere strutturato in verticale con strade e negozi e la possibilità per gli abitanti di comunicare tra di loro utilizzando un interfono.

Oltre ad architetto, Le Corbusier fu anche designer, infatti tutti noi abbiamo visto da qualche parte almeno un suo oggetto di arredamento, dalla Chaise Longue (LC4), progettata nel 1927 alla poltrona Grand Confort conosciuta come LC3.

 

 

LC4 www.silvera.com
LC3

 

 

Le Corbusier muore il 27 agosto 1965 a Roquebrune, in Costa Azzurra, vittima di un infarto che lo coglie mentre sta nuotando. E’ sepolto insieme alla moglie a Roquebrune in una tomba che egli stesso ha progettato.

G. (TheDoubleFace_collective)

 

 

 

 

L’occhio magico di Carlo Mollino – a cura di Francesco Zanot

Al Camera – Centro Italiano per la fotografia dal 18 gennaio al 13 maggio 2018, è possibile visitare la mostra “L’occhio magico di Carlo Mollino” a cura di Francesco Zanot.

La mostra raccoglie l’intera produzione dell’architetto torinese, in un percorso di oltre 500 immagini tratte dell’archivio del Politecnico di Torino.

Nato a Torino,  si inscrive alla facoltà di ingegneria nel 1925, facoltà che poi abbandona per frequentare i corsi di architettura presso la Regia Scuola di Architettura dell’Accademia Albertina (attuale Politecnico di Torino)

Mollino è stato, oltre che architetto e designer, anche pilota di aeroplani e di auto da corsa, scrittore, fotografo.

 

 

E proprio  la fotografia diventa un punto fondamentale  per la sua produzione architettonica e di design, diventando uno strumento di documentazione e archiviazione del proprio lavoro e del proprio quotidiano.

 

 

Pioniere e ideatore di diversi metodi di post produzione fotografica, tra i suoi soggetti preferiti, il corpo di donna e lo sci.

G. (TheDoubleFace_collective)